Incognita Libia, cronache di un paese sospeso

Incontro con l’autrice Michela Mercuri, con il giornalista Farid Adly e con l’attivista Abdulklami

 

Verso la fine dell’incontro il giornalista libico Farid Adly chiede ad Abdulklami, attivista e ricercatore anch’esso proveniente dalla Libia: “credi che l’unità libica difficilmente guadagnata sia oramai persa?”. Lui esita un attimo prima di rispondere affermativamente. In questa risposta però specifica subito che l’identità e la conseguente unità sono processi che spera possano partire dalla consapevolezza della diversità, attraverso cui ricostruire la storia nazionale, e che questi processi sono ancora in corso.

Ma cosa sappiamo noi della Libia e delle sue dinamiche? Ben poco, se facciamo riferimento ai media italiani le cui notizie sono frammentarie o poco approfondite. Michela Mercuri ci racconta subito come, per la stesura del suo libro, abbia cercato di limitare l’utilizzo dei media e si sia riferita maggiormente a fonti accademiche e storiografiche. Le fonti utilizzate per la stesura del libro sono le più varie, per far in modo che venga fuori una nuova prospettiva che abbracci più visioni e più opinioni sulla situazione attuale, anche in contrasto tra loro.

Michela si interessa alle questioni libiche dal 2011 e alla fine di questi sei anni consegna il lavoro all’editore, proprio appena prima delle vicende degli ultimi mesi che hanno ulteriormente portato alla creazione di nuove dinamiche sul territorio libico e internazionale. Inizialmente preoccupata che il libro potesse uscire già datato, ridimensiona le sue paure pensando che in ogni caso vi siano le giuste coordinate e i giusti punti tematici per capire la situazione attuale.

L’incontro tocca vari temi e nodi centrali tra cui la questione della clandestinità, o meglio dell’irregolarità, la territorializzazione, e lo scontro tra località e istituzione nazionali e internazionali, all’interno delle quali si inseriscono gli ultimi accordi con l’Italia sulla limitazione dei flussi migratori. Michela e Abdulklami, seppur non si siano mai visti, si confrontano serenamente con fluidità e a me, da esterna, sembra quasi si conoscano da anni. Farid Adly, giornalista di Radio Popolare e Corriere della Sera, fa da mediatore e conduce alternativamente l’intervista, oscillando tra momenti più seri e momenti di leggera ironia, creando un clima disteso.

Sia il libro di Michela sia il lavoro d’inchiesta di Abdulklami si focalizzano sul lavoro dei trafficanti e sulle milizie e su come questi organismi -con la complicità delle politiche internazionali- strumentalizzino la migrazione per ottenere riconoscimento e legittimità. Il dibattito tocca anche il difficile tema del possibile accordo tra il governo italiano e le milizie, accordo che consisterebbe nel pagamento di una cospicua somma di denaro ad alcune milizie in cambio di una riduzione dei flussi migratori che partono dalla costa libica. Questo patto, seppur mai dimostrato, ha portato altre milizie nemiche a scontrarsi tra loro per ottenere maggior potere sulle tratte e dunque maggior possibilità di negoziazione con gli stati europei.

La divisione interna dunque sembra essere alimentata dalle politiche europee, e sembra che a trionfare sia il classico machiavellico il fine giustifica i mezzi. Si è riusciti a limitare dell’80% gli sbarchi dalla costa libica, poco importa che la popolazione si trovi ad affrontare una nuova guerra interna.

Il dibattito termina con un’importante considerazione sull’unità nazionale e su cosa voglia dire parlare di Libia oggi. Questa domanda tocca il cuore del colonialismo e dell’attuale paternalismo delle istituzioni internazionali, che continuano a dialogare con i capi di stato (se non peggio con trafficanti e scafisti) senza considerare le realtà locali e le molteplicità delle sue dinamiche e sfaccettature, proprie di questa nazione. Si può parlare ancora di etnie quando, in occasione della festa nazionale, una canzone in lingua amazigh commuove anche la popolazione che non conosce questa lingua? Si può parlare di divisioni radicali quando, in seguito alla morte di 178 persone nel 2015, viene indetta una massiccia e partecipatissima manifestazione nazionale? Quanto le etichette e le classificazioni che si danno possono influire sul tessuto locale e creare nuove divisioni? Queste sono domande aperte a cui non si possono dare risposte certe, ma che nel dibattito e nel libro portano ad una problematizzazione di una realtà complessa del Mediterraneo. Si consiglia caldamente la lettura del libro, viaggio avventuroso di una donna intraprendente e stimolo per riconsiderare la nostra realtà e le nostre convinzioni sull’alterità e sull’identità.

 

 di Caterina Gallerani per SabirFest 2017