Quando sono andata a Damasco l’ultima volta avevo circa dieci anni. Ricordo le vetrate colorate, enormi, dell’ingresso del mercato; un caleidoscopio di suoni e rumori. Ricordo uomini con grandi giare sulla schiena che si piegavano per versare il tamarindo, un succo fresco e dissetante. Ricordo il gelato con i pistacchi sbriciolati sopra servito in ciotole di latta. Ricordo mio papà che contrattava con i commercianti di tappeti. Un giorno mi lasciò a casa per andare all’hammam con mio fratello. “Le donne non possono entrare oggi” mi disse, “la prossima volta”.

Quella volta non arrivò mai. Decisi allora che sarei andata a studiare l’arabo a Damasco e sarei entrata finalmente in quell’hammam, ma nel frattempo la Siria non era più quella che ricordavo. Nel 2011 cominciarono le manifestazioni, scia di quella Primavera Araba che aveva germogliato in altri paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. L’ondata di repressione, l’intervento delle potenze mondiali e tutto ciò che è accaduto negli ultimi sette anni sono già parte della Storia.

Storie di resistenza, come quelle cui abbiamo assistito al Sabirfest sono quelle che ci permettono di comprendere meglio questa storia, e imparare ad esserne parte.

Khaled Khalifa, autore del libro Elogio dell’odio, esprime di fronte ad una folta platea, lo sconforto provato nel riconoscere “l’indifferenza e il senso di abbandono dimostrato dalla comunità internazionale nei confronti della Siria. Il mondo continua a concorrere nella colpa” dice “e per questo non c’è una via d’uscita dignitosa”.

Denunciare e narrare con sguardo lucido, mischiando fatti storici alla fiction, è il modo con cui Khalifa ha scelto di esprimere la sua personale resistenza; non lasciare il suo paese e continuare a raccontarlo.

La parola “resistere”, nella sua costruzione semantica, contiene in sé il significato dell’esistenza. Esistere, o continuare a ri-esistere oltre l’orrore. C’è chi resta, come Khaled, ma ci sono migliaia di persone che hanno scelto (o sono state costrette a scegliere, poco importa) per la fuga.

La storia di chi è riuscito ad arrivare al di qua del Mediterraneo è narrata attraverso le voci degli stessi protagonisti, nel documentario Portami via di Marta Santamato Cosentino.

La famiglia Maccawi è una delle 800 persone giunte in Italia attraverso i corridoi umanitari, progetto frutto di una collaborazione ecumenica tra cristiani cattolici e protestanti per favorire l’arrivo in modo legale e in sicurezza di potenziali beneficiari di una protezione internazionale. Il numero degli arrivi attraverso tali corridoi è sicuramente irrisorio rispetto ai numeri che siamo tristemente abituati a sentire dagli sbarchi clandestini. Si configura, però, come un progetto decisamente auspicabile per far sì che si eviti che al dolore umano vissuto in patria si continui ad aggiungere il dolore di un viaggio che non è altro che conseguenza dell’arrogante indifferenza di chi si ritiene migliore per una supposta superiorità geopolitica.

“Il mare: dolcezza e calore, che diventa morte. Il mare è diventato tentazione. Una tragica tentazione per uomini, donne ed anziani” commenta commosso il padre della famiglia Maccawi.

Il viaggio in aereo sembra quasi un privilegio, preparare le valige un lusso, pensando alla condizione di viaggio di altri connazionali.

Ma è proprio nella preparazione lenta e precisa della valigia si può cogliere quanto altrettanto forte sia la voglia di ri-esistere. La memoria non è fatta soltanto di ricordi di una vita passata in un paese ormai martoriato, ma si costruisce attraverso oggetti quotidiani che costituiscono la propria identità. Un narghilè, il pentolino per preparare il caffè arabo e annesse tazzine, spezie, arachidi... In essi è racchiusa l’altalena entro la quale chi emigra è costretto a ridefinirsi: da una parte l’attaccamento alle origini, dall’altra la scommessa di un altrove ignoto.

Dove andrà la Siria? E’ la domanda che sorge spontanea e prepotente nell’ascoltare queste storie.

Nessuno può scommettere sul futuro in un contesto in continuo cambiamento come quello siriano di oggi. Quel che è certo è che oltre le alleanze e aldilà delle strategie di un’area tormentata e divisa dal colonialismo occidentale da più di un secolo, esistono vite che chiedono di essere ascoltate. Ed è da quelle che si dovrebbe ripartire, ri-esistere, insieme.

 

di Sara Rawash per SabirFest 2017