Sabir Maydan

chi siamo

 

Siamo donne e uomini, militanti e intellettuali, attivisti, artisti e ricercatori provenienti da differenti ambienti sociali e culturali e da svariate nazioni di tutto il Mediterraneo, convinti che il Mediterraneo sia il nostro destino comune. Dal settembre 2014 abbiamo insieme dato vita al SABIRMAYDAN, un processo nato dal basso e concepito attraverso una serie di eventi – un forum alle ultime tre edizioni del SABIRFEST, e all’interno del Forum Sociale Mondiale del 2015 – che si sono concentrati sul concetto della cittadinanza transnazionale nel Mediterraneo.
SABIRMAYDAN ha l’obiettivo di promuovere una rete di organizzazioni della società civile e di soggetti che “progettano” una nuova integrazione mediterranea attraverso iniziative e strumenti cittadini. Abbiamo deciso di impegnarci nella redazione di una dichiarazione costituente capace di descrivere il Mediterraneo che vogliamo vedere nel prossimo futuro: il “Manifesto per la Cittadinanza Mediterranea”.

 

verso il manifesto

 

Nelle nostre intenzioni, il Manifesto è una carta che esprime principi e valori che definiscono un nuovo concetto di cittadinanza e appartenenza alla regione. Questo vuole essere anche un progetto generativo che ispiri azioni volte a facilitare il dialogo e il dibattito nel bacino mediterraneo, per costruire uno spazio in cui le caratteristiche principali siano l’integrazione, la giustizia sociale, la giustizia ambientale, la democrazia partecipativa, la solidarietà sociale ed economica, la pace e la mutua comprensione.

Il Manifesto dovrebbe esser portato a termine attraverso un processo cittadino di ampia consultazione. Questa la ragione per cui presentiamo qui ciò che definiamo un “pre-Manifesto”, un testo breve e facilmente accessibile che si focalizza sui principi fondamentali che vogliamo difendere e sviluppare durante il processo consultivo.

Il “pre-Manifesto sarà discusso nell’ambito della comunità SABIRMAYDAN e in seguito presentato al pubblico di SABIRFEST 2017. Dopo l’evento, una consultazione regionale pubblica verrà lanciata, con l’obiettivo di produrre un documento politico maggiormente elaborato e finalizzato all’incidenza politica, che chiameremo poi “Manifesto per la Cittadinanza Mediterranea”.

Il comitato editoriale è composto da: Fatima AL-IDRISSI, Said BAKKALY, Debora DEL PISTOIA, Mohamed LEGHTAS, Lidia LO SCHIAVO, Gianluca SOLERA, Igor STIKS, Nagwan AL-ASHWAL, Kais ZRIBA.

 

dove siamo

 

Nell’ultimo decennio, le nazioni e i territori mediterranei sono stati al centro di molteplici lotte sociali. Ciò nonostante, le richieste di coloro che hanno manifestato numerosi contro i vecchi regimi della regione, così come contro sistemi socio-economici ingiusti e misure di austerità, sono state spesso tradite, e la mancanza di opportunità e di prospettive su entrambe le sponde ha allargato il divario tra istituzioni e giovani generazioni, che hanno ormai perso fiducia nel sistema politico e che si sentono private del proprio futuro.

La crisi ha anche esacerbato il processo di stigmatizzazione dei migranti, il cui flusso si è incrementato sia a causa delle guerre civili in Libia e Siria, che del deterioramento delle condizioni di molti Stati africani. D’altro lato, molti gruppi sociali e politici, così come individui, si stanno riorganizzando in entità identitarie, ispirate da nazionalismo, autoritarismo e omogeneità religiosa e culturale; oppure stanno cercando la propria redenzione personale e sociale attraverso la lotta armata. Questa situazione sta mettendo a rischio la cooperazione, il concetto stesso di cittadinanza, e l’idea di appartenenza culturale e geografica alla regione.

In quanto donne e uomini del Mediterraneo, legati ai diritti umani e alla giustizia sociale, preoccupati per l’eredità culturale e ambientale della regione, e impegnati per un futuro condiviso nel Mediterraneo:

A. Abbiamo tratto insegnamenti positivi e negativi dalle rivolte e dalle proteste sociali avviatesi contro le politiche di austerità, la mercificazione dei beni pubblici e il degrado dei diritti sociali in molti paesi europei, estesesi poi alla maggioranza dei paesi della riva sud del Mediterraneo, e improvvisamente diffusesi in tutta la regione – e abbiamo guardato con solidarietà ai nuovi gruppi politici, le cui piattaforme rivendicative si basavano sui movimenti anti-austerità del 2008 e le rivendicazioni dei movimenti rivoluzionari del 2011;

B. Siamo ispirati dal Manifesto di Ventotene del 1941, scritto da un gruppo di militanti e intellettuali antifascisti il cui obiettivo era un’Europa libera e unita; quel manifesto rappresentò la fonte di ispirazione dei popoli europei in lotta contro Fascismo e Nazismo nell’immaginare un progetto di integrazione europea;

C. Guardiamo con attenzione alla Carta di Porto Alegre, il testo fondante del Forum Sociale Mondiale, che ha stimolato la nascita di forti movimenti sociali e delle società civili nella regione, e che costituisce la piattaforma del movimento anti-globalizzazione, mobilitatosi contro lo sfruttamento economico e il colonialismo.

 

 

in che cosa crediamo

 

Con questo documento vogliamo lanciare un dibattito sul futuro del Mediterraneo da affidare ai cittadini stessi, partendo da queste considerazioni:

1. Il crocevia dell'umanità Il Mediterraneo ha dato vita a lingue, religioni, sistemi filosofici e discipline scientifiche che hanno nutrito le civiltà emerse nella regione nel corso della storia. Ha rappresentato uno spazio privilegiato dove le culture dei popoli del Vicino Oriente, Nord Africa e Europa meridionale hanno potuto incontrarsi, mescolarsi e amalgamarsi. È stato infatti la culla delle prime società urbane nate ad Oriente, delle civiltà Greco-Romana, Giudeo-Cristiana e Musulmana, di periodi illuminati come il Rinascimento, e il luogo dove sono nate città cosmopolite come Alessandria o Tangeri, Costantinopoli/Istanbul, Salonicco o Dubrovnik. Il Mediterraneo è un crocevia, dove per millenni tutto si è condensato, arricchendolo: uomini, animali, beni, navi, idee, religioni, arti di vivere, e anche piante. Il Mediterraneo ha trovato la sua specificità nell’equilibrio, non essendo né troppo caldo né troppo freddo, nel mitigare e nel rimescolare, nel trasformare poli contrapposti in punti di giunzione, nel produrre bellezza dalla combinazione di diverse forme dell’abitare, di socializzazione e creazione, e nel resistere ai disastri circuendoli. Le narrative in circolazione che si basano sui concetti dell’inconciliabilità e dell’incompatibilità tra nazioni e culture possono essere facilmente rimesse in discussione se il mondo della scuola si impegna a far conoscere il vero volto del Mediterraneo quale crocevia di incontri e non di scontri, se il mondo della cultura si attiverà per esplorarlo, e se le istituzioni politiche decideranno di sostenerlo e di tutelarlo.

2. Spazio di scambio Il Mediterraneo è anche l’interfaccia per eccellenza di scambi economici e finanziari tra nazioni dei tre continenti, Africa, Europa e Asia. In questo spazio, imperi, regni e repubbliche hanno costruito reti commerciali transnazionali straordinariamente dinamiche, contribuendo così alla circolazione di beni e idee. Questi scambi hanno permesso e il transito di risorse materiali e immateriali tra le varie sponde del Mediterraneo, e hanno contributo enormemente allo sviluppo economico, sociale e culturale non solo delle popolazioni costiere e dei loro vicini continentali, ma anche del resto dell’umanità. Questa complessa cornice di rapporti ha portato persino in tempi di guerra a progressi significativi nell’astronomia, nelle scienze mediche e nella matematica, ha favorito la traduzione e il mutuo arricchimento linguistico, e ha inoltre promosso nuove scoperte nelle pratiche agricole e nei regimi alimentari, nel tessile come nello sfruttamento di metalli preziosi. Questo è il Mediterraneo che vogliamo richiamare alla mente oggi, perché non ha certamente ancora esaurito il suo potenziale di cambiamento. In particolare le città possono essere considerate come snodi di questo insieme di scambi e flussi, contesti multiculturali e multilinguistici in cui la libertà di espressione e la creatività – laddove siano tutelate - ci offrono l’opportunità di liberare il nostro pensiero, superando i ristretti confini mentali fatti di stereotipi e visioni dogmatiche, se non inquinati da interessi di parte. Rivendicare i nostri spazi cittadini e difenderne la funzione di snodi di comunicazione e scambio riveste particolare importanza. Le città del Mediterraneo infatti possono offrire un’opportunità preziosa per mettere in pratica il modello di cittadinanza a cui aspiriamo. Infatti, da una parte esse permettono forme di coinvolgimento e di cooperazione basate sulla residenza (e non sulle origini etniche, l’identità religiosa o la cittadinanza di uno Stato). D’altra parte, possono dare forma a reti associative tra di loro e mostrare così un diverso possibile modello di cittadinanza – basato su forme di partecipazione diretta e di coinvolgimento in campo culturale, sociale e politico, su pratiche di democrazia locali e sulla solidarietà tra città. Così facendo, possono dar vita a processi di “ri-democratizzazione” delle istituzioni e delle comunità e ampliare allo stesso tempo il nostro senso di appartenenza e identità. In tempi di crisi economica e scontro culturale, il commercio e lo scambio di conoscenze e merci, i partenariati urbani, così come le creazioni artistiche e la ricerca scientifica sono sempre più necessari per promuovere una cultura di pace, un’esistenza dignitosa, il rispetto mutuo e la giustizia sociale.

3. La mobilità come caratteristica costitutiva Nel corso della storia, la regione mediterranea ha rappresentato una delle aree con i più intensi flussi migratori della Terra. La mobilità umana è un elemento costitutivo delle civiltà mediterranee. Ciò nonostante, la recente combinazione di politiche di chiusura delle frontiere con l’assenza di reali alternative alla migrazione ha reso la mobilità di quelle persone che aspirano a spostarsi nella regione molto pericolosa. Le barriere legali e materiali costruite tra le due rive non solo hanno violato il basilare diritto alla mobilità, ma anche incoraggiato una fiorente economia illegale e inumana degli attraversamenti, sviluppatasi negli ultimi vent’anni, diventando fonte di moderne forme di schiavitù e sfruttamento. Paesi come il Marocco, la Libia e la Turchia, localizzati lungo le periferie Sud ed Est del Mediterraneo, sono diventati punti di transito, e l’Unione Europea ha assegnato loro funzioni di controllo sui flussi. I migranti in quei luoghi sono considerati criminali o potenziali concorrenti nell’accesso alle risorse. D'altro lato, i rifugiati siriani sono diventati il gruppo nazionale più vulnerabile nel Mediterraneo. Tuttavia, la mobilità umana deve restare sempre un diritto umano fondamentale, che non può essere compresso o minato da nessuna autorità. Le restrizioni attuali alla mobilità umana sono il risultato di profonde disuguaglianze nello sviluppo tra sponda Nord e sponda Sud a tutti i livelli, inclusi il progresso economico, le opportunità per i giovani, la protezione dei diritti umani e la democrazia. Riteniamo che i paesi europei debbano fermare l’esternalizzazione dei controlli alle frontiere verso i paesi del Mediterraneo meridionale o i paesi Sub-Sahariani, e che le politiche di sviluppo locale debbano estendersi ben oltre le aeree costiere meridionali, raggiungendo regioni e paesi dove l’emigrazione ha origine. Proteggere la mobilità umana significa anche ristabilire la pace e la giustizia nelle vicine zone di conflitto da dove i popoli fuggono.

4. Superare le disuguaglianze e promuovere la redistribuzione Le disuguaglianze nella regione mediterranea minacciano lo sviluppo sociale, impoverendo la classe media e rallentando il processo verso la riduzione delle povertà. Portano ad un accesso asimmetrico alla salute e all’istruzione, e pertanto alla trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze nelle opportunità economiche e sociali, creando sacche di povertà e disperdendo il potenziale umano. Sono le disuguaglianze nell’accesso ai diritti e allo sviluppo ad essere la vera fonte di tensioni sociali e di rivolte politiche nella regione, e non le differenti identità culturali e nazionali. In molti paesi europei, nelle economie di transizione dei Balcani, nelle economie avanzate di Israele e Turchia, o nei paesi emergenti del Nord Africa, le risposte pubbliche alle disuguaglianze sociali si sono spesso ancorate a ricette che prevedevano aggiustamenti neoliberali e riforme in favore di un regime del lavoro estremamente flessibile, portando ampi settori della società verso la precarietà e l’esclusione, soprattutto tra i giovani. Dobbiamo orientarci verso l’economia cooperativa e lo sviluppo solidale, verso soluzioni regionali che supportino la redistribuzione sostanziale sia in aree dove i conflitti hanno pericolosamente influito sulla qualità di vita delle persone, che in regioni danneggiate dalla concorrenza globalizzata. Vogliamo società mediterranee che proteggano il diritto ad un livello adeguato di vita e di sicurezza sociale, dove i servizi pubblici di base siano disponibili gratuitamente, le capacità di lavoro siano ricompensate, e dove la posizione socioeconomica di ogni individuo possa migliorare indipendentemente dalle origini.

5. Il diritto alla democrazia e all’autodeterminazione La democrazia non consiste esclusivamente nel disporre di sistemi elettorali funzionanti e di multipartitismo, né in un semplice equilibrio tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario. La democrazia consiste anche nell’accesso per tutti i cittadini ai diritti fondamentali, è il diritto all’autodeterminazione. In virtù di questo diritto, le persone determinano liberamente il proprio status politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale. Tutte le nazioni mediterranee hanno il diritto ad un riscatto democratico, all’emancipazione dagli autoritarismi e all’autodeterminazione nazionale (non a detrimento di altri gruppi); i loro cittadini hanno il diritto di essere coinvolti pienamente nel plasmare il proprio destino, senza interferenze condizionate dall’esterno. Devono poter prendere decisioni in modo partecipativo, utilizzando ogni possibile mezzo: dal processo di voto formale alle azioni collettive, dalle assemblee istituzionali alla libera espressione culturale, dalla democrazia locale a imprese e servizi gestiti democraticamente, dalle nuove tecnologie come internet alle radio comunitarie. Questi ultimi, dimostratisi strumenti efficaci per promuovere la democrazia dal basso, in particolare in paesi in transizione, e in grado di offrire una fonte alternativa di informazione ai canali ufficiali, riflettono la diversità etnica e linguistica. Una società consapevole e responsabile, aperta al mondo e capace di critica, è l’unico baluardo nel Mediterraneo contro i governi repressivi, le istituzioni corrotte e i media parziali, che alimentano le fiamme della discordia prendendo parte, rafforzando pregiudizi e distorcendo i fatti.

6. Rifiutare tutte le forme di estremismo e ricercare il rinnovamento etico Il Mediterraneo è purtroppo diventato sinonimo di fanatismo basato sulla fede, e la religione – elemento fondante in tutte le sfere della cultura e della società – viene ormai descritta come strumento per mobilitare i credenti ed abbracciare la violenza. I credenti profondamente attaccati ai dogmi fondamentali della propria fede, o fedeli alle loro pratiche, non sono nonostante questo necessariamente violenti, né necessariamente giustificano la violenza in nome di Dio. Possiamo avere radicalità nell’esercizio della fede senza estremismo e violenza. Certamente dobbiamo condannare il terrorismo di matrice religiosa, le cui prime vittime sono la comprensione tra i popoli e il dialogo tra le culture. Ma questo non è abbastanza. Dobbiamo adoperarci contro tutte quelle forme di fondamentalismo che portano all’estremismo e che, ad esempio, alimentano la propaganda della lotta armata di stampo islamista o, in contesti ebraici e cristiani, giustificano forme di discriminazione e oppressione contro “l’Altro” in nome della differenza religiosa. Il fondamentalismo del mercato, della crescita e dell’espansione illimitata, basato su una logica strettamente economica, è sotto questo profilo altrettanto pericoloso. Vale la stessa cosa per il nazionalismo basato sull’odio, che giustifica la violenza e la repressione delle libertà nel nome dello Stato o della Nazione. Solo mettendo in luce la repressione mascherata nella fredda concorrenza di mercato, nel possesso egoistico e nel consumismo o nel mito dell’identità nazionale, il dialogo può tornare ad essere alla pari, e contribuire così ad evitare che una cultura si trovi obbligata a scegliere tra il rinunciare alla propria dignità e il demonizzare l’Altro. D’altro lato, l’etica custodita dagli insegnamenti ebraici, cristiani e musulmani, ispirati dal padre comune Abramo, che offrono umanità, ospitalità, solidarietà e saggezza ai popoli, dovrebbe essere accolta da tutti, un bene da condividere tra i credenti di altre fedi e tra i non credenti, e da difendere dall’ostracismo, la manipolazione e il relativismo.

7. Un’agenda per i diritti umani attraverso occhi di donna. La repressione dei diritti umani nel Mediterraneo avviene con modalità sempre più gravi e diverse, ed in questo senso è paradigmatica di un grave processo di riduzione degli spazi di libertà e autonomia della società civile. Questa preoccupante tendenza è riscontrabile sia in Nord Africa e nel Medio Oriente, soprattutto dopo la fase contro-rivoluzionaria post-2011 che si è aperta nella regione con la crisi delle Primavere arabe, come nelle “mature” democrazie europee, successivamente all’esplodere delle proteste anti-austerity e anti-sistema. Le politiche di contrasto al terrorismo possono essere considerate tra le principali fonti dell’attacco all’attivismo sociale e politico, contro la libertà di opinione, la privacy e le pacifiche manifestazioni di dissenso, dando così forma ad una sequenza ininterrotta di repressione della società civile che si estende oltre i confini della regione. All’origine di questi sviluppi si colloca un sistema di potere capitalistico- patriarcale che depriva le donne ed i soggetti più fragili dei loro diritti e della loro dignità. La discriminazione di genere si configura infatti come la più antica forma di diseguaglianza nella storia delle società umane, diseguaglianza che nemmeno le democrazie contemporanee sono riuscite compiutamente a sanare. Abbiamo bisogno dunque di immaginare il Mediterraneo come spazio in cui i diritti fondamentali delle persone sono rispettati attraverso l’acquisizione di una lettura postcoloniale e di genere dei diritti umani, che prescinda dal mero status giuridico delle persone, ed in cui i cittadini abbiano gli strumenti per contrastare la restrizione dello spazio civico. La presenza di movimenti trans-mediterranei autonomi costituisce una base imprescindibile per poter esprimere gli interessi collettivi e articolare la partecipazione popolare al dibattito pubblico ed ai processi decisionali. Dobbiamo inoltre affrancare il Mediterraneo dal peso della violenza strutturale contro le donne e i soggetti deboli, comprese le minoranze sessuali, sia sul piano dei comportamenti concreti che del discorso, e così riconoscere non solo le differenze di genere e la pluralità dei ruoli e delle forme di soggettivazione femminile, superando gli stereotipi alimentati in alcuni casi anche dal femminismo occidentale, ma anche demolire le barriere sia fisiche che psicologiche che ancora separano le donne del Mediterraneo. Istruzione e formazione, che hanno un ruolo chiave nell’approfondire la storia delle nazioni mediterranee come nel promuovere la consapevolezza di un destino comune, sono di fondamentale importanza per il riconoscimento della centralità del ruolo delle donne nella società quali soggetti in grado di prendersi cura dei diritti fondamentali e di questo stesso processo di apprendimento.  

8. L’eco-regione mediterranea appartiene al nostro futuro comune Il Mediterraneo è una regione ecologica unica, le cui specificità climatiche ed ecologiche possono essere ritrovate solo sul 2% della superficie terrestre. Il suo clima temperato, che ha addomesticato la calura africana e il freddo atlantico per millenni, dando vita ad una biodiversità straordinaria che include il 20% delle specie animali e vegetali e il 52% delle piante endemiche presenti sulla Terra, è oggi messo a rischio. Stessa considerazione si può fare per il bacino marino, che rappresenta meno dell’1% della superficie marina globale, ma che ospita fino al 15% della biodiversità marina. Ci si attende che il riscaldamento globale colpisca severamente questa regione, insieme alla pesca non sostenibile, agli incendi forestali e all’urbanizzazione, che stanno impoverendo radicalmente la bellezza dei nostri paesaggi e la ricchezza del nostro patrimonio biologico. Il mare, il cuore della vita biologica ed umana del Mediterraneo, che costituisce una risorsa economica straordinaria, ed è condizione e obiettivo al tempo stesso per la preservazione della cultura mediterranea, sta trasformandosi ormai in un sito di stoccaggio e in una discarica liquidi di corpi umani, rifiuti, microplastiche e relitti navali. Preservare l’eco-regione mediterranea non è solo una questione di prevenzione dell’estinzione delle specie, né una semplice questione di difesa di una tanto celebrata dieta salutare o di preservazione dalla distruzione dei paesaggi creati dall’uomo e dalla natura nei secoli. Si tratta anche della lotta contro un processo avanzato di mercificazione dei beni che appartengono all’umanità, al pianeta e alle prossime generazioni: acqua, suolo, sementi e specie, aria. Non può esserci diversità culturale senza diversità biologica, e nessuna delle due potrà essere preservata se ci pieghiamo alla schiavitù del profitti. Il cambiamento climatico , da un lato, e l’urbanizzazione massiccia, l’iper- sfruttamento del patrimonio ittico e gli incendi, d’altro lato, sono due facce della stessa medaglia. Vogliamo trasformare radicalmente le caratteristiche e i valori del nostro sviluppo, investendo nella protezione e salvaguardia dell’eco-regione mediterranea, nella riduzione del consumo di materie prime e di energia, nella promozione delle filiere regionali e nel superamento della cultura del consumismo.

9. Sviluppo regionale strutturale e coesione socio-economica I paesi mediterranei sono vincolati da accordi multilaterali e bilaterali di cooperazione. Diverse forme di partenariato sono state stabilite tra questi paesi nel quadro della Politica Europea di Vicinato, compresi gli accordi di libero scambio o la cooperazione bilaterale decentrata. Ciò nonostante, queste iniziative hanno ben poco di equo e sono spesso caratterizzate dallo sfruttamento e dalla dominazione. In particolare, i cittadini poveri, emarginati o che soffrono già di discriminazione nei paesi del Sud non beneficiano direttamente o a sufficienza dei progetti sviluppati nel quadro di questi partenariati. I programmi di investimento europei sono più motivati da obiettivi di sicurezza che da una visione per lo sviluppo economico, sociale e culturale dell’intero Mediterraneo. La preoccupazione attuale dei paesi del Nord è essenzialmente di porre fine al crescente fenomeno migratorio e non certo di affrontarne le cause: conflitti armati in molti paesi del Medio Oriente, l’impatto avverso del cambiamento climatico sui paesi del Sahel, le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate da regimi antidemocratici, o semplicemente la povertà e le carestie che minacciano molte popolazioni del Sud. Per generare soluzioni alle crisi che stanno facendo tremare il Mediterraneo, abbiamo bisogno di ripensare le strategie e i partenariati tra i suoi paesi. Abbiamo bisogno di fondi strutturali di sviluppo regionale e di obiettivi di uguaglianza sociale ed economica, in cui gli investimenti economici mirino a promuovere la giustizia sociale, l’accesso equo ai servizi e alle opportunità e una cultura d’impresa autonoma. Dovremmo incoraggiare il commercio equo, l’economia sociale e solidale, le produzioni locali di qualità e l’autosufficienza comunitaria per stimolare i potenziali sociali ed economici, ed assicurare diritti economici, sociali e culturali per tutti. Due ambiti meritano un’attenzione speciale: un’agricoltura sostenibile e di qualità, che fa tesoro delle pratiche tradizionali e preserva la bio-diversità rurale, è in grado di garantire cibo salutare e quantitativamente adeguato per l’intera regione, di offrire opportunità economiche alle collettività rurali più periferiche e mitigare l’impatto del cambiamento climatico; inoltre, la trasformazione radicale dal modello energetico, dal fossile alle fonti rinnovabili, può avere un impatto positivo sui diritti sociali ed economici delle persone socialmente vulnerabili e impoverite, e può aprire la porta a investimenti sul lavoro nonché a un equo scambio tecnologico tra il Nord ed il Sud del Mediterraneo. 

10. Rimettere in discussione le doppie politiche europee L’Europa ha mostrato nei confronti dei paesi vicini la sua sfacciata abilità di utilizzare linguaggi e azioni che servono maggiormente ai propri interessi. Le istituzioni europee non sono necessariamente le prime da biasimare; spesso sono i governi nazionali che, come Penelope, disfano di notte il tessuto che hanno lavorato durante il giorno. L’Europa predica democrazia e auto-determinazione nazionale, ma ha abbandonato il popolo siriano nelle mani del loro dittatore e di potenze straniere. Ha lodato i giovani arabi che si sono levati contro il dispotismo, ma allo stesso tempo ha firmato lucrativi contratti di commercio o di sfruttamento energetico con i regimi che li hanno traditi. Ha preteso di difendere la coesione sociale e la solidarietà verso le nazioni povere, respingendo poi le persone che fuggono la miseria e l’oppressione alle sue frontiere. Ancora, rimette in discussione i benefici delle ricette neoliberali di austerità dentro i propri confini, ma supporta l’implementazione di misure di aggiustamento strutturale che colpiscono le persone più vulnerabili nei paesi vicini. Politiche contraddittorie stanno smantellando la fiducia dei cittadini nella costruzione di uno spazio comune di cooperazione basato sull’interesse comune, la prossimità umana e l’assunzione di responsabilità democratica. Difendiamo il principio per cui che tutte le nazioni e i cittadini hanno il diritto di avere diritti. I diritti non possono essere privilegio di alcune nazioni a spese dei propri vicini. L’attuale geografia frammentata dei regimi di cittadinanza nel Mediterraneo, con statuti e obblighi diversi, e diritti, doveri e responsabilità vacillanti, può essere superata solo stabilendo un quadro di cittadinanza transnazionale, ispirato dallo spirito mediterraneo della diversità, dello scambio e dell’ospitalità, dove né l’eurocentrismo, né l’autoritarismo possono produrre discriminazioni individuali o sociali basate sulla nazionalità, la religione, il genere o la classe sociale.

11. Identità comune e visione trans-mediterranea della cittadinanza Lo spazio mediterraneo è la nostra fonte di “identità collettiva”, quale risultato di molteplici scambi durante la Storia, della contaminazione culturale, degli stili di vita condivisi e delle dominazioni regionali alternatesi nel tempo. Ma questo non può bastarci. I nostri diritti e le nostre rivendicazioni sociali non sono realizzati appieno in questo mondo turbolento, e i popoli del Mediterraneo stanno sperimentando differenze sostanziali nell’accesso ai diritti civili, politici, economici e culturali. Vogliamo andare oltre la definizione di cittadinanza come esclusivamente garantita dagli Stati-Nazione. Puntiamo a una cittadinanza attiva, non convenzionale e condivisa nello spazio mediterraneo transnazionale, basata sui nobili valori umani ereditati dalle tradizioni orientale e occidentale, con l’obiettivo di realizzare una società dove vigano i principi della giustizia sociale, della libera circolazione umana, della giustizia climatica, dell’economia solidale e della democrazia partecipativa. Una nozione di cittadinanza che permetta di ricreare uno spazio comune da immaginare, organizzare, praticare e vivere insieme. La nostra è un’identità comune non tribale, meno esclusiva, meno prigioniera di miti selettivi, e aperta agli altri e alle realtà dei nostri vicini intorno al bacino mediterraneo. Si tratta di una ”identità fattuale”, un’identità dell’agire, lavorare e vivere fianco a fianco, per ridisegnare il concetto della cittadinanza sancito nei nostri sistemi giuridici nazionali che disciplinano diritti e doveri.

12. Per un processo costituente del partenariato mediterraneo Il nostro destino comune non consiste solo nell’intrecciare scambi e relazioni , ma anche nel costruire uno spazio integrato dove i conflitti vengano risolti attraverso il dialogo, e nuove opportunità vengano generate congiuntamente. Il Partenariato Euro-Mediterraneo è stato soffocato dall’egoismo nazionale, dai poteri autoritari e dal disimpegno europeo nella regione. Il partenariato deve essere reinventato su basi nuove: essere prima di tutto mediterraneo, quindi non eurocentrico, e basarsi sulla stessa cultura dei diritti, del rinnovamento democratico e della giustizia per cui molte nazioni arabe e nazioni vicine stanno lottando, in particolare dopo il 2011. Abbiamo bisogno di un largo processo costituente. Solo i cittadini possono, però, ispirare e dare linfa vitale a questo processo nel contesto attuale, dove i poteri nazionali stanno difendendo in maniera crescente i propri interessi. Storicamente, i cittadini mediterranei incarnano identità multiple e, negli ultimi anni, una nuova generazione di persone lungo le sue rive è cresciuta sentendosi realmente e inevitabilmente parte della regione. Incoraggiare e lanciare un processo costituente dal basso non potrebbe che essere inizialmente un esercizio volontario e non vincolante. E non rimetterebbe in discussione l’integrazione europea, di cui ammiriamo la portata storica, e la cui attuale struttura valutiamo criticamente e riteniamo necessiti di profonde riforme. Tale processo apprenderebbe dai successi e i fallimenti dell’Unione Europea, ridarebbe centralità alle nazioni dell’Europa del Sud e darebbe una nuova prospettiva alle nazioni nordafricane e mediorientali come parte di uno spazio comune mediterraneo.

 

il federalismo e i beni comuni sono davanti a noi

 

Come possiamo immaginare il Mediterraneo come uno spazio politico comune?
Come possiamo concepire il Mediterraneo in un rinnovato partenariato “comunitario”, nonostante la proliferazione delle disuguaglianze e dei conflitti, e le ferite del colonialismo e del neo-colonialismo? Proponiamo due percorsi di analisi e azione.

In primis, dobbiamo lavorare per un rinnovato concetto di federalismo come via sociale e politica attraverso cui organizzare le relazioni tra le diverse nazioni.
La nostra ambizione è cercare un modello democratico mediterraneo forgiato da una tradizione di federalismo mutuamente benefica, associativa e pluralistica, che si opponga alle manifestazioni discriminatorie, violente, possessive, dominanti e razziste dello Stato e del Capitalismo. Il federalismo non appartiene solo al pensiero politico occidentale; anche diversi intellettuali e studiosi arabi hanno immaginato modelli di organizzazione politica che assomigliano al federalismo.

In secondo luogo, la logica del federalismo, ovvero la condivisione e la creazione di un futuro comune insieme a spazi di solidarietà e legittimità democratica, è connessa allo spirito dei “beni comuni”. Immaginare lo spazio mediterraneo come un’entità comune, e di conseguenza agire congiuntamente, genera interazioni transnazionali tra i popoli e le nazioni che vivono lungo le sue coste. Proponiamo pertanto di basare la nozione di “cittadinanza” su un criterio regolatore differente: non lo ius sanguinis, né il solo ius soli, ma un qualcosa come uno ius commune che costituisca la pietra miliare di una nuova forma di cittadinanza, dove tutte le persone della regione sono chiamate a proteggere e vivere il Mediterraneo come “patrimonio comune”, e si impegnano a farne rivivere il suo cosmopolitismo.

Il Mediterraneo inteso come “bene comune” può emergere solo come l’esito di un processo di costruzione di uno spazio comune basato sull’agire in comune. Questa logica costitutivamente emancipatrice può essere estesa anche ad altri “Mediterranei”, intesi come mari tra le terre, ovvero ad altre regioni del mondo dove i popoli e le nazioni condividono spazi geografici, storia, culture. Il nostro approccio non è, non vuole e non può avere un carattere escludente, né può rischiare di cadere nella trappola orientalista. Riconosciamo che il semplice accostamento dei termini “Mediterraneo” e “cittadinanza” sembra dar luogo ad una contraddizione in termini. Questo perché, come molti hanno sottolineato, quella mediterranea è una regione attraversata e divisa da confini, istituzioni e costruzioni culturali diverse, ed in questo senso non potrebbe aspirare ad avere un’unica legge di cittadinanza. Tuttavia, è proprio con questa contraddizione che vogliamo imparare a confrontarci, esplorandola e decostruendola. E possiamo farlo solo se saremo in grado di cambiare il nostro punto di vista, la nostra prospettiva; se non ci dimostreremo all’altezza di questo compito, saremo allora sopraffatti dalla violenza, dall’odio e dalla guerra che ci circondano. La cittadinanza che vogliamo potrà prendere forma solo attraverso un processo di costruzione condiviso, come cittadinanza insorgente, ancorata alla pluralità di valori, pratiche, saperi, tradizioni che condividiamo in quanto popoli appartenenti ad una regione che sa essere omogenea e intrinsecamente complessa e plurale al tempo stesso.

 

per un mediterraneo libero e unito

 

Il Mediterraneo è il nostro Settimo Continente, quello che ha dato vita alle nostre culture, civiltà, paesaggi e storie famigliari. Il Mediterraneo è anche la metafora e lo spazio del nostro sogno, il sogno di premiare il Passato con un Futuro comune rinnovato, il sogno di una Casa Comune, un’area integrata dove i tre continenti si incontrano e intrecciano scambi tra loro; laddove noi, cittadini della regione, possiamo affrontare sfide sociali, ambientali ed economiche con lo spirito della cooperazione politica e dell’arricchimento culturale. Il nostro progetto è quello di un Mediterraneo unito, l’unico progetto ragionevole e alternativo alla militarizzazione, allo “scontro tra civiltà”, all’ingiustizia sociale e al disastro ecologico.

Settantacinque anni fa, quando la Seconda Guerra Mondiale era ancora in corso, un gruppo di intellettuali e militanti antifascisti internati sull’isola di Ventotene scrissero un Manifesto per un’ “Europa Libera e Unita”. Questo manifesto lanciò la visione per l’integrazione europea esattamente nel momento in cui nessuno ci avrebbe scommesso. Oggi stiamo di fatto vivendo in una nuova guerra globale, che muove culture e religioni l’una contro l’altra; delude - nel nome della stabilità, della crescita e degli interessi nazionali - le aspirazioni e le lotte di molte persone per la libertà e la giustizia; spinge intere famiglie a fuggire dalla disperazione; e pone esseri umani e natura in opposizione. Il fronte più caldo di questa guerra fabbricata corre attraverso il Mediterraneo. Questa è la ragione per cui abbiamo scritto questo documento, che vuole rappresentare un appello per un “Mediterraneo Libero e Unito”, esattamente nel momento in cui nessuno ci scommetterebbe.

Miriamo a forgiare un destino comune, partendo dai nostri stessi desideri, sogni e aspirazioni. Ecco perché questo pre-Manifesto sarà condiviso e discusso con le persone che vivono nella regione, coinvolgendo quanti più cittadini e cittadine possibile tra coloro che hanno a cuore il destino del Mediterraneo, in maniera partecipativa, e ispirerà i nostri progetti comuni e le nostre campagne politiche. Questo processo di consultazione durerà un anno a partire da oggi.

Il nostro intento è che il Manifesto che emergerà da questo processo costituisca un fattore trainante per promuovere nuove iniziative e visioni per un Mediterraneo Libero e Unito. Il Mediterraneo come Casa Comune deve nascere dall’iniziativa dei cittadini di questa regione ed estendersi ai nostri governi e istituzioni. Dobbiamo essere mossi dall’ambizione di definire un nuovo spazio per l’integrazione sociale, politica ed economica, caratterizzato dalla diversità culturale dei suoi popoli. A questo proposito, la società civile indipendente deve assumere una responsabilità speciale nel preparare il futuro, rianimando lo spirito dei recenti movimenti sociali che si sono mobilitati per rivendicare la libertà e la dignità intorno al Mediterraneo, e riunendo sia le sensibilità religiose che quelle secolari per affrontare problemi socio-economici, politici e culturali da una prospettiva regionale, oltre le frontiere nazionali e le propagande di regime.

Questa è la miglior eredità che la regione mediterranea si meriti oggi. È tempo che il Mediterraneo assuma di nuovo protagonismo internazionale come faro che ci illumini di umanesimo, ospitalità e progresso.

Messina, Catania e Reggio Calabria, ottobre 2017

 

 

 

Sabir Maydan

who we are

 

We are women and men, militants and intellectuals, activists, artists and researchers from different social and cultural backgrounds and nations around the Mediterranean, who believe that the Mediterranean is our common destiny. Since September 2014, we have gathered through SABIRMAYDAN, a grassroots process conceived during a series of events – a forum at the last three editions of SABIRFEST, and the 2015 World Social Forum – focusing on the concept of transnational citizenship in the Mediterranean. SABIRMAYDAN aims at promoting a civil society network of committed organisations and individuals who envision Mediterranean integration through citizens’ initiatives and tools. We have decided to engage in drafting a constitutive statement describing the Mediterranean we want to see in the near future, the “Manifesto for Mediterranean Citizenship”.

 

toward the manifesto

 

The Manifesto, as we intend it, is a charter expressing principles and values that define a new concept of citizenship and belonging in the region. It would also like to be a matrix inspiring actions aiming at facilitating dialogue and debate in the Mediterranean basin, in order to build a space whose main features are integration, social justice, environmental justice, participatory democracy, social and economic solidarity, peace and mutual understanding.

This Manifesto shall be finalised through a wide consultative citizens-driven process in the region. This is why we are here presenting what we have called a “pre-Manifesto”, an easily accessible short text focusing on the main principles we want to defend and develop throughout the consultation process.

The “pre-Manifesto” will be discussed within the SABIRMAYDAN community, and then it will be presented to the public at SABIRFEST 2017. After the event, a regional public consultation will be launched, aiming at producing a more elaborate political and advocacy-related paper, what we would name the “Manifesto for Mediterranean Citizenship”.

The editorial committee is composed of: Fatima AL-IDRISSI, Said BAKKALY, Debora DEL PISTOIA, Mohamed LEGHTAS, Lidia LO SCHIAVO, Gianluca SOLERA, Igor STIKS, Nagwan AL-ASHWAL, Kais ZRIBA..

 

where we are

 

In the last decade, Mediterranean nations and territories have been at the core of several social struggles. However, the demands of those who massively protested against the old regimes of the region, as well as against unjust socio-economic systems and austerity measures, have often been betrayed, and the lack of opportunities and vision on both shores has widened the divide between institutions and young people, who have lost confidence in their political system and feel deprived of their own future.

The crisis has also exacerbated the stigmatisation of migrants, whose flows have increased due to the civil wars in Libya and Syria, and the deteriorating conditions in many African states. On the other hand, many political and social groups and individuals are redefining themselves around identity-based entities, inspired by nationalism, authoritarianism, religion and cultural homogeneity, or are seeking their own personal and social redemption through armed struggle. This situation is challenging cooperation, the concept of citizenship itself, and the idea of cultural and geographical belonging in the region.

As women and men of the Mediterranean, tied to human rights and social justice, concerned about the cultural and environmental heritage of the region, and committed to a shared Mediterranean future:

A. We have learned from the good and bad lessons of the uprisings and social protests – which started against austerity policies, the commodification of public resources and the decline of social rights in many European countries, affected most of the southern shore of the Mediterranean, and eventually spread over the rest of the region – and have looked with interest at new political groupings, whose platforms are based on the 2008 anti-austerity movements and the claims of the revolutionary movements of 2011;

B. We are inspired by the 1941 Manifesto of Ventotene, written by a group of anti-fascist militants and intellectuals, whose objective was a free and united Europe; the Manifesto of Ventotene provided a source of inspiration for European peoples fighting against Fascism and Nazism in conceiving the European integration project;

C. We look to the Porto Alegre Charter, the founding text of the World Social Forum, which has stimulated the rise of strong social movements and civil societies in the region, and constitutes the platform of the alter-globalisation movement, fighting against economic exploitation and colonialism.

 

what we believe in

 

With this document, we want to launch a citizen-driven debate on the future of the Mediterranean starting from the following considerations:

1. The crossroad of humanity The Mediterranean has given birth to languages, religions, philosophical systems and scientific disciplines which have nurtured the civilisations developed in the region over the course of history. It has represented the privileged space where the cultures of the peoples of the Near East, North Africa and Southern Europe could enter in contact, mix and amalgamate. It is indeed the cradle of the first urban societies in the East, the Greco-Roman, Judeo-Christian and Muslim civilisations, of enlightening periods such as the Renaissance, and where cosmopolitan cities like Alexandria, Tangier, Constantinople/Istanbul, Thessaloniki and Dubrovnik were born. The Mediterranean is a crossroads, where for millennia everything has merged, enriching it: men, animals, goods, ships, ideas, religions, lifestyles, and even plants. It has found its specificity in the balance, being neither too hot nor too cold, in mitigating and mixing again, in transforming opposing poles into points of intersection, in producing beauty from the combination of different forms of dwelling, socialisation and creation, and in circumventing the disasters surrounding them. Any narrative based on the concepts of irreconcilability and incompatibility between nations and cultures can be easily challenged when schools teach the history of the Mediterranean as a crossroads, cultural scenes explore it and institutions defend it.

2. A space of exchanges The Mediterranean is also the interface par excellence of economic and financial exchanges between the nations of the African, European and Asian continents. In this space, empires, kingdoms and republics built extraordinarily dynamic trans-national commercial networks, thus contributing to the circulation of goods and ideas. These exchanges have allowed for the transit of material and immaterial wealth between the various Mediterranean shores, and have contributed enormously to the economic, social and cultural development not only of the coastal regions and their continental neighbours, but also of the whole of humanity. This framework, even in times of war, led to remarkable advances in astronomy, medical sciences and mathematics; it favoured translation and the mutual enrichment of languages; and finally fostered new discoveries in agricultural practices and diet, textiles and the exploitation of precious metals. This is the Mediterranean we like to call to our minds today, because it has certainly not exhausted its potential for exchange.  Cities are in particular the junctures of these exchange flows, multicultural and multilingual contexts where freedom of expression and creativity – when they are given a chance – can bring our mindsets out of the restrictive borders dictated by unquestioned dogmas and speculative interests. Claiming back our cities and defending their function as junctures of exchange is of the utmost importance. Mediterranean cities in fact provide a unique chance for practicing the Mediterranean citizenship we are seeking. On the one hand, they could allow involvement and cooperation based on residence (and not origins, religious or ethnic identity, or state citizenship). On the other hand, they could form associations amongst themselves and thus show a different citizenship model – the one based on direct cultural, social and political participation, urban democracy, and trans-urban solidarity – providing an opportunity for political redefinition and the enrichment of democracy, membership and identity. In times of economic crisis and cultural confrontation, trade and exchange of knowledge and commodities, urban partnerships as well as artistic creation and scientific research, are needed more than ever to promote a culture of peace, dignified living, mutual respect and social justice.

3. Mobility as a constitutive character Throughout history, the Mediterranean region has represented one of the most intense migration areas on earth. Human mobility is a constitutive element of Mediterranean civilisations. The recent combination of border closure policies with the absence of real alternatives to migration has, however, rendered human mobility in the region very dangerous. The legal and material barriers set up between the shores have not breached just the basic right to mobility; they have also encouraged a thriving illegal and inhuman border-crossing economy which has developed in the last twenty years, becoming the source of modern forms of slavery and exploitation. Countries like Morocco, Libya and Turkey, located along the southern and eastern Mediterranean fringes, have become transit spots, and the EU has assigned control functions to them. Immigrants there are regarded as criminals or competitors. On the other hand, Syrian refugees have turned into the most vulnerable group along the Mediterranean. Nonetheless, human mobility must always be an essential human right that cannot be undermined by any authority. The current restrictions to human mobility are the result of the huge development gap between the northern and southern shores at all levels, including economic progress, youth opportunities, human rights protection and democracy. We believe that European countries should stop externalising border control to southern Mediterranean or sub-Saharan countries; and that local development policies must stretch well beyond southern coastal areas, reaching those regions and countries where emigration originates. Protecting human mobility also means re-establishing peace and justice in the neighbouring conflict zones from which people flee.

4. Overcoming inequalities and supporting redistribution Inequalities in the Mediterranean region threaten social development by impoverishing the middle class and slowing the pace of poverty reduction. They lead to asymmetrical access to health and education and, therefore, to the intergenerational transmission of unequal economic and social opportunities, creating poverty traps and wasting human potential. Inequalities in accessing rights and development are the real source of social tension and political unrest in the region, not our different cultural or national identities. Public responses to social inequality in many EU countries, Balkan transition economies, emerging advanced economies like Israel and Turkey, or the so-called developing countries of North Africa, have often relied upon neoliberal adjustment recipes and ultra-flexible labour reforms, driving consistent parts of the society toward precariousness and exclusion, especially among youth. We must move toward collaborative economic and social development and regional solutions supporting substantial redistribution, both in areas where conflicts have perilously affected people’s living standards and in regions damaged by globalised competition. We want Mediterranean societies which protect the right to an adequate living standard and social security, where basic public services are freely available, hard work is rewarded and where one’s socioeconomic position can be improved regardless of one’s background.

5. The right to democracy and self-determination Democracy is not only about functioning electoral systems and multi-parties, nor only about the balance between legislative, executive and judiciary powers. Democracy is also about citizens’ access to fundamental rights; it is about the right to self-determination. By virtue of that right, people freely determine their political status and freely pursue their economic, social and cultural development. All Mediterranean nations have the right to democratic enlightenment, emancipation from authoritarianism and national self-determination (but not to the detriment of other groups); their citizens have the right to be fully involved in forging their destiny, without external biased interference. They are entitled to participatory decision-making, using any possible means: from formal voting processes to public rallies; from institutional councils to free cultural expression; from local democracy to democratically managed services and enterprises; from new technologies, such as the Internet, to community radios. The latter have been effective instruments for promoting grassroots democracy, particularly in transition countries by providing an alternative source of information to official channels, and reflect ethnic and linguistic diversity. An aware and responsible society, which is open to the world and critically active, is the only rampart in the Mediterranean against repressive governments, corrupt institutions and biased media, which fan the flames of discord by taking sides, reinforcing prejudices, and muddling the facts.

6. Rejection of all forms of extremism and the search for ethics The Mediterranean has become synonymous with faith-based fanaticism, and religion – perceived as relevant in all important spheres of culture and society – is depicted as a tool to mobilise believers and embrace violence. Believers profoundly attached to their faith’s fundamental dogmas, or strict in their practices, are not, however, necessarily violent, nor do they necessarily justify violence in the name of God. We can have fundamentalism without violent extremism. Certainly, we must condemn religion-driven terrorism, whose first victims are: understanding among peoples and dialogue between cultures. This, however, is not enough. We must strive against forms of fundamentalism which lead to extremism and which, for instance, nourish the propaganda of the armed struggle of an Islamist matrix or, within Jewish or Christian communities, justify discrimination and oppression against the Other along lines of religious identity. The fundamentalism of unlimited expansion and production, based on economic logic, is in this respect dangerous as well. This is also the case with any hate-based nationalism which justifies violence and repression of freedoms in the name of the State or the Nation. Only by exposing the repression masked in the coldness of market competition, in the ill-fated religion of possession and consumption, or in the myths of national identity, can dialogue return to being equal, and thus prevent a culture from being forced to choose between renouncing its dignity and demonising the Other. At the same time, the ethics enshrined in the Jewish, Christian and Muslim teachings, inspired by the common father Abraham, and offering humanity, hospitality, solidarity and wisdom to people, should be welcomed, shared among believers of other faiths as well as among non-believers, and defended from ostracism, manipulation and relativism.

7. A human rights perspective through women’s eyes. The repression of human rights in the Mediterranean area has recently taken multiple forms and is paradigmatic of the narrowing of civil society spaces. This worrying trend is visible both, in North African and Middle Eastern countries after the post-2011 recovery of counter-revolutionary powers, and in Europe’s so-called consolidated democracies after the season of protests against austerity. Counter-terrorism policies are one of the main sources of attack and closure of spaces of activism, free speech, privacy and peaceful dissent, and represent a continuum of a ruthless crack down on civil society occurring beyond the region’s borders. At the roots of these developments in the region lies a patriarchal system that deprives women and fragile groups of their human rights and dignity. Gender discrimination is the oldest form of inequality, which even contemporary democracies have not been able to overcome. We need to imagine a Mediterranean where people’s fundamental rights are respected, through a postcolonial and gender-sensitive vision of human rights, and regardless of people’s legal status, and where citizens are equipped to counter the shrinking civic space. The existence of independent trans-Mediterranean activist movements is one of the cornerstones for allowing the expression of collective interests and the participation of the population in the public debate and decision making. Moreover, we need to free the Mediterranean from structural violence against women and fragile groups, including sexual minorities, both in the facts and in the narrative, so that gender diversity is acknowledged, women’s plural identities and roles are valued even beyond the stereotypes inspired by Western feminism, and physical and psychological borders among Mediterranean women are broken down. Education, which is a key tool to investigate Mediterranean nations’ history, and promote the understanding of a common destiny, is of utmost importance for recognizing women’s central role in society as “caretakers” of fundamental rights and learning processes.

8. The mediterranean eco-region belongs to our common future The Mediterranean is a unique eco-region, whose climatic and ecological qualities can only be found on 2% of the earth’s surface. Its temperate climate, which has been domesticating the African heat and the Atlantic cold for millennia, and has produced extraordinary biodiversity, including 20% of the earth’s vegetable and animal species and 52% of endemic plants, is in great danger today. The same can be said for the sea basin: with less than 1% of the global marine surface, it hosts up to 15% of marine biodiversity. Global warming, which is expected to severely hit this region, unsustainable fishing, forest fires and urbanisation are about to radically impoverish the beauty of our wild and rural sceneries and the richness of our biological heritage. The sea, the heart of Mediterranean biological and human life, an extraordinary economic resource, an end and means for the persistence of the Mediterranean culture itself, is evolving into a liquid dumping site, of human corpses, micro-plastics, and shipwrecks. Preserving the Mediterranean eco-region is not only a matter of preventing species’ extinction, nor only about defending our most celebrated healthy and diversified diet, nor about simply preventing the destruction of landscapes which have been created by Human Beings and Nature over the centuries. It is also about struggling against an advanced process of commodification of goods which belong to all humankind, the planet and future generations: water, soil, seeds and species, and air. There cannot be cultural diversity without biological diversity, and none of them are possible if we bow to the slavery of profit. Climate change, on the one hand, and hyper-urbanisation, overfishing and fires on the other, are all faces of the same coin. We want to radically transform our development pattern and values, investing in the protection and restoration of the Mediterranean eco-region, the reduction of power and raw material consumption, and the promotion of regional food circuits, and overcome the culture of consumerism.

9. Structural regional development and socio-economic cohesion The Mediterranean countries are currently bound by multilateral and bilateral cooperation agreements. Several forms of partnerships are established between countries on all Mediterranean shores in the framework of the European Neighbourhood Policy, including free trade agreements or bilateral decentralised cooperation. However, these initiatives are far from being fair and are often characterised by
exploitation and domination. Especially since the most discriminated, poor or marginalised citizens of the Southern countries do not directly or sufficiently benefit from the projects developed in the framework of these partnerships. European investment schemes are more motivated by security targets than by a vision for the economic, social and cultural development of the entire Mediterranean. The current concern of the Northern countries is essentially to put an end to the growing migratory phenomenon, not to address the causes of it: armed conflicts in several Middle Eastern countries, adverse climate change impacts on the Sahel countries, serious human rights violations perpetrated by undemocratic regimes, or simply the poverty and famine threatening many Southern populations. In order to generate solutions to the crises which are shaking the Mediterranean, we need to rethink strategies and partnerships between its countries. We need structural regional development funding and social and economic equality targets, where economic investments are designed with the aim to foster social justice, equitable access to services and opportunities, and an autonomous enterprising culture. Fair trade, social and solidarity economy, local quality productions, and community self-reliance should be encouraged to boost local social and economic potentials, and ensure economic, social and cultural rights for all. Two sectors require special attention: sustainable and quality agriculture, learning from traditional practices and preserving rural biodiversity, can provide healthy and sufficient food for all in the region, offer new opportunities to peripheral rural communities, and mitigate the impact of climate changes; and energy transition from fossil to renewable sources can have a positive impact on the social and economic rights of vulnerable and impoverished people, and open the door to labour-intensive investments and an equitable technology transfer between the Northern and the Southern Mediterranean.

10. Questioning european dual policies Europe has shown its shameless ability to tailor language and action, vis-à-vis the neighbouring nations, which better serve its own interests. The EU institutions are not necessarily the first ones to blame, but often the national governments are who, like Penelope, undo at night the fabric they have woven during the day. While Europe preaches democracy and national self-determination, it has left the Syrian people succumbing to their dictator and foreign influences. It has praised the Arab youth who rose up against despotism, but signed lucrative trade or exploitative contracts with the regimes who betrayed them. It claims to defend social cohesion and solidarity with poor nations, but rejects people fleeing misery and oppression at their borders. It questions the benefits of neoliberal recipes imposing austerity on its own nations, but supports the enforcement of structural adjustment measures which hit the most vulnerable people in neighbouring countries. Dual policies are killing citizens’ trust in the construction of a common space of cooperation based on mutual interest, human proximity and democratic accountability. We defend the principle that all nations and citizens have the right to have rights. Rights cannot be the privilege of some nations at the expense of their neighbouring ones. Today’s scattered geography of citizenship regimes in the Mediterranean, with multiple statuses and loyalties and vacillating rights, duties and responsibilities, can only be overcome by establishing a trans-national citizenship framework, inspired by the Mediterranean spirit of diversity, exchange and hospitality, where neither Eurocentrism, nor authoritarianism can generate individual or social discrimination based on nationality, religion, gender or social class.

11. Common identity and a transmediterranean vision of citizenship   The Mediterranean space is our source of “collective identity” as the result of various historical exchanges, cultural contamination, shared lifestyles and alternating regional dominations. But we are not content with that. Our social rights and demands are not fully met in this troubled world, and Mediterranean peoples are experiencing substantially different access to civil, political, economic and cultural rights. We want to go beyond the definition of citizenship as exclusively granted by nation-states. We seek an active, non-conventional citizenship shared within the Mediterranean trans-national space, based on noble human values inherited from the Western and Eastern traditions, and aiming at realising a society where social justice, human mobility, climate justice, solidarity economy and participative democracy rules apply. A notion of citizenship with the objective of recreating a common space to be imagined, organized, practiced and lived as one. Our common identity is less tribal, less exclusive, less a prisoner of selective myths, and open to others and to the realities of our neighbours across the Mediterranean basin. It is a “factual identity”, an identity of doing, working and living together, in order to redesign the concept of citizenship enshrined in our national juridical systems of duties and rights.

12. A constitutional process for mediterranean partnership Our common destiny is not only to cooperate and exchange, but also to build an integrated space where conflicts are solved through dialogue, and opportunities are generated jointly. The Euro-Med Partnership has been suffocated by national egoism, authoritarian powers and European disengagement in the region. This Partnership must be reinvented on new bases: being first of all Mediterranean, and not therefore Eurocentric, and based on the same culture of rights, democratic renewal and justice many Arab nations and neighbouring nations have been struggling for, particularly after 2011. We need a far-reaching constitutional process. Only citizens, however, can inspire and fuel this process in the current context, where national powers are increasingly defending their own interests. Historically, Mediterranean citizens embody multiple identities, and in recent years, a new generation of citizens feeling truly and intrinsically part of this region has grown on all shores. Boosting a bottom-up constitutional process shall initially be a voluntary and non-binding exercise. It will not question European integration, whose historical significance we admire, and whose current structure we critically assess and believe needs reforms. Such a bottom-up constitutional process will learn from the successes and failures of the European Union, empower Southern European nations and give a new prospect to North African and Middle Eastern nations as part of a common Mediterranean space.

 

federalism and the commons are ahead of us

 

How can we imagine the Mediterranean as a common political space? How can we conceive the Mediterranean as a renewed “community” partnership despite the proliferation of inequalities and conflict, and the wounds of colonialism
and neo-colonialism? We propose two courses of analysis and action.

First, we must work toward a renewed concept of federalism as a societal and a political way to organise relations between different nations. Our ambition is to seek a Mediterranean democratic model shaped by a mutually beneficial, associative and pluralist tradition of federalism, as opposed to the discriminatory, violent, possessive, dominant, and racist manifestation of the State and Capitalism. Federalism does not only belong to Western political thinking; Arab scholars also have envisaged models of political organisation resembling federalism.

Second, the rationale of federalism – that is sharing and crafting a common destiny along with solidarity and democratic legitimacy – is connected to the spirit of the “commons”. Envisioning the Mediterranean space as a common entity, and acting together as a consequence generates transnational interactions between the “nationals” located along its shorelines. We therefore propose to base “citizenship” on a different regulative criterion: not ius sanguinis, not ius soli alone, but something like a ius commune that constitutes the cornerstone of a new form of citizenship, where all citizens of the region are called on to protect and share the Mediterranean as a “common good”, and are committed to the revival of its cosmopolitism.

The Mediterranean as a “common good” can only result from the construction of a common space through common action. This emancipating logic could be extended to other “Mediterranean” (in between lands) regions in the world, where peoples and nations share geography, history and cultural roots. Our approach is not and cannot be exclusive, nor can it be an Orientalist caprice. It is true that combining the words “Mediterranean” and “citizenship” might look like a contradiction per se. Many observe that this region is divided by borders, institutional settings and cultural narratives and cannot have a single citizenship rule. However, this is exactly the contradiction we want to take on, explore and deconstruct. We can only do it by turning our viewpoints upside-down; should we not do this, we will be silenced by the growing echoes of domination, war and hate. The citizenship we want will only materialise through dynamics of “citizenship-in the making”, of insurgent citizenship, through being solidly anchored to the many values and practices, knowledge and heritage we share as people of a region that is homogeneous in its complex and intrinsically pluralistic nature.

 

for a free and united mediterranean

 

The Mediterranean is our Seventh Continent, the one which gave birth to our cultures, civilisations, landscapes and families. The Mediterranean is also the metaphor and the space of our dream, the dream of rewarding the Past with a renewed common Future, the dream of a Common House, an integrated area where three continents meet and exchange, where we, the citizens of the region, can address social, economic or environmental challenges in a spirit of political cooperation and cultural enrichment. Our project is a united Mediterranean, the only reasonable project which provides an alternative to militarisation, a “clash of civilisations”, social injustice and ecological disorder.

Seventy-five years ago, when World War II was still raging, a group of antifascist intellectuals and militants, interned on the island of Ventotene, wrote a Manifesto for a “Free and United Europe”. That Manifesto launched the vision for European integration exactly at the moment when nobody would bet on it. Today, we are de facto living a new global war, which puts cultures and religious identities one against the other; frustrates people’s struggle for freedom and justice in the name of stability, growth and national interests; pushes families to flee despair; and places Human Beings and Nature in opposition. The warmest frontline of this fabricated war runs through the Mediterranean. This is why we have written this document, which would like to represent the call for a “Free and United Mediterranean”, exactly in the moment when nobody would bet on it.

We aim to forge a common destiny, starting from our own will, dreams and souls. That is why this pre-Manifesto will be shared and discussed with the people living in the region, involving as many citizens who care about the destiny of the Mediterranean as possible, in a participatory manner, and will inspire our joint projects and political campaigns. This consultation process will last a full year as of today.

Our intent is that the Manifesto resulting from this process will constitute a driving force for promoting new initiatives and visions for a Free and United Mediterranean. The Mediterranean as a Common House has to come from the initiatives of the citizens of this region, and extend into our governments and institutions. We must be moved by the ambition to design a new space for political, social and economic integration, built upon the cultural diversity that characterises its peoples. In this regard, independent civil society bears a special responsibility to prepare the future, reanimating the spirit of the recent social movements for freedom and dignity around the Mediterranean, and bringing together religious and secular wings in order to address the socio-economic, political and cultural problems from a regional perspective, beyond national borders and regime propaganda.

This is the best social legacy the Mediterranean region deserves today. The time has come for the Mediterranean to step onto the world stage once more as a beacon of enlightenment, humanism, hospitality and progress.

Messina, Catania and Reggio Calabria, October 2017